Beato Angelico: frate toscano, pittore romano

Fra Giovanni da Fiesole, il cui vero nome era Guido di Piero, nacque a Vicchio del Mugello intorno al 1395 e morì a Roma il 18 febbraio 1455, dove è sepolto nella cappella alla sinistra dell’altare di Santa Maria della Minerva, chiesa dell’ordine dei Domenicani[1], a cui il pittore apparteneva. Per la sua fedeltà all’ordine e per i due attributi, prima di “Angelico”, poi di “Beato” (sarà effettivamente beatificato, ma in tempi più recenti), è comprensibile apprendere e la sua pittura sia stata da sempre lodata come profonda e dalla immensa grandezza interiore.

In una prima fase della sua produzione, viene menzionato nei documenti come miniaturista (Guido di Pietro dipintore, gennaio – febbraio 1418): realizzò decorazioni per manoscritti in particolare con materiali costosissimi come la foglia d’oro e il lapislazzulo.

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Insieme al fratello Benedetto (amanuense), tra il 1420 e il 1422, entrò nel convento di San Domenico a Fiesole, dove realizza le sue prime opere, partecipando anche ai grandi stravolgimenti artistici della Firenze di quegli anni, tra i quali le innovazioni architettoniche e pittoriche apportate da Filippo Brunelleschi e Masaccio, sebbene la sua personalità artistica può inserirsi nell’utilizzo della luce di Lorenzo Monaco e la: a questo periodo ascriviamo le decorazioni in affresco e il trittico per l’altare maggiore del per il suo convento, l’Annunciazione del Prado e l’Incoronazione della Vergine del Louvre. Quest’ultima opera, descritta dal Vasari come originariamente collocata nel primo altare a sinistra della Chiesa di San Domenico, presenta una predella raffigurante le Storie della vita di San Domenico con al centro una Resurrezione: la padronanza della prospettiva è già molto evidente.

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Nel 1423 risulta aver già superato la fase di noviziato e, a partire dagli anni Trenta, oltre a godere dell’importante ruolo di vicario di Fiesole, la sua fama di pittore crebbe sempre di più.

Agli anni 1431 – 1433 risale la realizzazione del Giudizio Universale, un pannello destinato, data la forma, ad essere posizionato sopra degli scranni: stilisticamente legato ancora al Monaco, inizia qui a dimostrare delle acute soluzioni prospettiche.

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Nel 1432 lo troviamo a Brescia dove realizzò un’Annunciazione (oggi perduta), poi a Cortona, dove realizza per i Domenicani il trittico di Cortona, un’Annunciazione e un affresco.

Nel 1433 realizzò un tabernacolo per l’Arte dei linaioli, la cui struttura architettonica marmorea venne realizzata da Lorenzo Ghiberti. Nella cuspide, troviamo una mandorla con un Cristo benedicente tra i Cherubini; sugli sportelli, all’interno, sono raffigurati San Giovanni Battista (destra) e San Giovanni Evangelista (sinistra), mentre, all’esterno, San Marco (destra) e San Pietro (sinistra); al centro, una Maestà; nella predella, a partire da sinistra: San Pietro detta il Vangelo a San Marco, Adorazione dei Magi e Martirio di San Marco.

È databile al 1440 circa la Pala di San Marco, prima grande commissione per questa chiesa fiorentina, nel cui convento, fino al 1445, sarà impegnato, con l’aiuto di Michelozzo, nella realizzazione degli affreschi in vari ambienti pubblici e privati.

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L’opera, che nella parte centrale presenta la raffigurazione di una Madonna in trono con Bambino e Santi, mostra anch’essa una forte consapevolezza dell’utilizzo della prospettiva centrale (tutte le linee di fuga convergono verso la Maestà), l’Angelico inserisce anche dei colti e raffinati riferimenti all’arte fiamminga, in particolare nell’inserimento del tappeto anatolico in primo piano[2], oltre ad una grande emotività partecipativa dei personaggi alla scena sacra. Predella (scene della vita dei Santi Cosma e Damiano e una Pietà centrale, quella che verrà ripresa da Rogier van der Weyden nella sua Deposizione) e pilastrini (Santi vari, se ne conoscono solo 8) sono stati smembrati ed oggi sono il vanto di vari musei d’Italia e del mondo.

Per quanto riguarda gli affreschi del convento, che, ricordiamo, hanno una forte componente devozionale data la loro destinazione d’uso, essi dimostrano l’abilità dell’Angelico nell’utilizzo di una luce metafisica, capace di conferire astrazione e diafanità alle figure, e un particolare uso del colore, al fine di rendere le figure umane più plastiche ed perfettamente inserite nello spazio.

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Tra il 1445 e il 1449, Fra Giovanni viene chiamato a Roma da Papa Eugenio IV Condulmer[3], dove realizzò, insieme a Benozzo Gozzoli, gli affreschi per la cosiddetta Cappella Niccolina (1447 – 1448), su commissione di Papa Niccolò V Parentuccelli, eletto al soglio pontificio proprio in quel periodo. La decorazione dello spazio presenta le scene della vita dei Santi Lorenzo (registro mediano) e Stefano (lunette) in stretta connessione tra di loro, al punto tale da poter creare delle corrispondenze tra la vita dei due martiri. Sulla volta sono raffigurati i quattro Evangelisti.

Per un breve periodo, nel 1447, si reca ad Orvieto con la sua equipe per dipingere all’interno della Cappella di San Brizio nel Duomo, dove realizza un Cristo Giudice con dei Profeti.

Il 10 giugno 1450 l’Angelico torna a San Domenico a Fiesole, dove prende il titolo di priore al posto del fratello defunto. Fino al 1452 fu in trattativa per la realizzazione degli affreschi del Duomo di Prato, che vennero successivamente affidati a Filippo Lippi.

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A questi anni (1450 – 1452) risale la realizzazione della Pala di Bosco ai Frati, databile anche grazie alla presenza nelle predella di San Bernardino da Siena nimbato (la canonizzazione avvenne nel 1450)[4]. All’arco temporale 1451 – 1453 risale la realizzazione dell’Armadio degli Argenti, una serie di 34 formelle che compongono la porta di un armadio ex – voto commissionato da Piero de’ Medici per la Basilica della Santissima Annunziata di Firenze. L’intero ciclo iconografico rappresenta FanciullezzaVita pubblicaPassioneMorte e Resurrezione di Cristo, quindi tematiche analoghe a quelle già affrontate dall’Angelico negli affreschi del Convento di San Marco, ma dove raggiunge una maggiore capacità nella resa espressiva e gestuale dei personaggi. Ogni formella presenta, in alto e in basso, due cartigli spiegati con all’interno due massime teologiche, poste didascalicamente rispetto alla scena rappresentata al centro. Non tutte le tavolette sono probabilmente opera di Fra’ Giovanni, ma la vivacità della composizione, l’utilizzo della luce e dei colori e l’abilità nel trattare lo spazio ci consentono di comprendere a pieno il suo disegno dietro l’intero ciclo, non smorzato in quanto a inventiva nonostante la maturità dell’artista.

L’ultima opera dell’Angelico, probabilmente iniziata da lui e portata a termine da Filippo Lippi, è il Tondo Cook, una rappresentazione dell’Adorazione dei Magi.

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Tornò a Roma tra il 1453 e il 1454, probabilmente chiamato a realizzare una commissione papale, ma morì il 18 febbraio 1455, poche settimane prima del suo pontefice – mecenate Niccolò V.

 

[1] L’iscrizione della lastra tombale, attribuita all’umanista Lorenzo Valla (autore dello studio sulla falsa donazione di Costantino, 1441) recita: Qui giace il venerabile pittore fra Giovanni dell’ordine dei Predicatori. Non lodatemi perché fui un altro Apelle ma perché ai tuoi, o Cristo, tutti i miei guadagni ho donato. Infatti alcune opere restano in terra, altre sono in cielo. Mi vide nascere la città che dell’Etruria è il fiore.

[2] Viene utilizzato quasi vent’anni prima da Jan van Eyck nella Madonna di Lucca.

[3] Probabilmente realizzò delle opere per la Basilica di San Pietro, oggi distrutte.

[4] L’opera presenta, nel pannello centrale, una Maestà entro una struttura architettonica circondata da Santi, con preciso utilizzo della prospettiva centrale. Nella predella abbiamo al centro una Pietà, che sarebbe tuttavia più corretto definire Uomo dei dolori, e dei Santi entro nicchie.

 

 

Lara Scanu

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