Taverne e musica popolare nella Roma del Seicento

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Valentin de Boulogne, Concerto con bassorilievo, 1622 – 1625, Louvre, Parigi

La Roma del XVII sec. era la capitale del mondo cattolico, nonostante ospitasse una vivace e a tratti piccante vita musicale. Molte opere presentano “paesaggi sonori”, episodi ambientati all’interno di una taverna o scene musicali. La musica profana divenne ben presto un popolare soggetto iconografico: nella raffigurazione di musici in scene idealizzate di cultura popolare, ambientate nelle taverne, vi sono accessori che ricorrono, come spolia marmoree usate come tavoli, strumenti musicali, cibo e vino. Anche i personaggi si ripetono: vi è sempre un soldato di ventura e una donna abbigliata come una contadina dell’agro romano o un’indovina. Caravaggio, quando dipinse I bari e La buona ventura, offriva un punto di vista semi-didattico e moralizzante relativo all’inganno e la credulità dei giovani: si hanno, quindi, immagini che presentano un comportamento sciocco al fine di insegnare. L’elemento moralizzante si ripresenta anche nella Riunione in una taverna di Valentin de Boulogne, in cui un’indovina borseggia un distratto suonatore di flauto dolce. La taverna si presenta come un luogo di socialità, ebbro e volgare, in competizione con la Chiesa che individua in questo ambiente il teatro dei vizi e dell’immoralità. I protagonisti offrono un contro esempio ideale nei discorsi morali, e gli eccessi del bere, il gioco e l’erotismo sono l’immagine più ricorrente, capace di esortare lo spettatore a praticare la virtù. L’inquadratura della scena offre allo spettatore il ripetersi delle stesse immagini: mani che scivolano sotto le vesti attorno al tavolo, nascondono le carte, reggono bicchieri di vino. Un esempio viene offerto da I bari di Pietro Paolini: su un fondo scuro si staglia un gruppo di cinque personaggi disposti attorno al tavolo coperto da un ricco tappeto, sul quale vi è posato un mazzo di carte.

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Valentin de Boulogne, Buona fortuna e bevitori, Liechtenstein Museum, Vienna

A destra vi è un uomo dall’incarnato diafano, ben abbigliato, che sta per scoprire una delle carte. Dal lato opposto siede un villano con un cappello rosso, colto nell’atto di estrarre dalla veste delle carte nascoste, mantenendo fisso lo sguardo sul suo avversario e, soprattutto, sull’uomo alle spalle del giovane malcapitato. L’uomo in questione è il musico, che ha smesso di suonare e ha tolto la maschera che gli pende dal polso. Con la mano destra indica al baro le carte che gli conviene giocare per vincere. La maschera simboleggia l’inganno e i trucchi della scena e sembra essere quella di Pantalone, il vecchio mercante veneziano avaro e lussurioso. Sul fondo una giovane donna riccamente abbigliata guarda fissa il giovane uomo: lo circonda col braccio sinistro afferrando intanto la catena d’oro ch’egli porta al collo, mentre con la destra prende la borsa sul tavolo. Ha l’aspetto di una cortigiana che cerca di spennare il giovane, forse anche lei segno della prodigalità. Un’altra opera che racconta la vita nei bassifondi si può riconoscere in Concerto con bassorilievo di Valentin de Boulogne.

Pietro Paolini, Giocatori di carte, 1681 ca, Collezione privata

La scena presenta cinque musicanti popolari che accompagnano il canto di un adulto e di un bambino, cui si aggiungono un soldato con la corazza, intento a versare un liquido da un fiasco a un’anfora, e un giovane servitore avido che beve direttamente dal fiasco. Sembrerebbe che i protagonisti stiano condividendo un momento di festa ma sono tutti indifferenti gli uni agli altri, quasi assorti nei propri pensieri. Il volto del bambino, mollemente adagiato sulla mano, evoca chiaramente malinconia. Allo stesso modo il soldato e il servo bevitore sono allegorie della temperanza –se il soldato sta annacquando il vino con l’acqua-  e dell’eccesso. Le figure, in preda alla tempesta dei sensi, sono disposte attorno a un cubo che, nella sua perfezione, è immagine di stabilità e rimanda ai simbolismi della saggezza e della perfezione morale. Tra le due zone di luce ed ombra, divise sapientemente dal cubo stesso, si staglia la figura del bambino, quasi fosse simbolo di candore ed innocenza, sul punto di essere corrotto dal mondo che lo circonda.

 

 

Elisa Barbato

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