Le nozze di Bacco e Arianna, Francesco Romanelli

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Francesco Romanelli, Nozze di Bacco e Arianna, 1640 – 1660, olio su tela,315 x 725

Ricostruire le vicende relative a questa opera è un’impresa ardua, essendo le fonti discordi tra di loro. La sua storia, comunque, è legata al dipinto di Guido Reni, avente lo stesso tema: nella sua Opera completa di Guido Reni Garboli sostiene che fu papa Urbano VIII a commissionare una copia dell’opera del Reni da spedire in Inghilterra ad Enrichetta Maria di Borbone, mentre l’originale sarebbe rimasta in suo possesso. Se questa ipotesi fosse vera, il dipinto del Romanelli risalirebbe agli anni ’40, essendo Urbano VIII morto nel 1644, e sarebbe coevo all’originale di Reni.

Una seconda ipotesi, proposta da Pepper, sostiene che Romanelli ricevette la commissione del dipinto dal cardinale Francesco Barberini, lo stesso che aveva commissionato Le nozze a Guido Reni, esplicitando la volontà di una versione più pudica e meno scandalosa di quella del Reni. Se ciò fosse vero, la datazione dell’opera si posticiperebbe di circa un ventennio. Confrontando l’opera di Romanelli con un’incisione di Bolognini, allievo di Guido Reni, ritenuta la copia più fedele dell’opera reniana, notiamo le numerose analogie che rendono questa l’ipotesi la più realistica.

L’opera è presente negli inventari della famiglia Barberini sin dal 1692, dove viene citato sempre insieme ad un Convito degli dei. Attualmente, l’opera è conservata nel Circolo Ufficiali delle Forze Armate d’Italia.

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Guido Reni, Arianna, 1638 – 1640, Pinacoteca Nazionale, Bologna

Il dipinto rappresenta l’arrivo del dio Bacco sull’isola di Nasso, dove Arianna, principessa cretese, era stata abbandonata da Teseo. Il dio è al centro dell’opera, in nudità eroica, connotato dai suoi attributi tradizionali, quali la corona di pampini e grappoli d’uva, il tirso nella mano destra, le tigri, simbolo delle sue vittoriose campagne in India, e il numeroso corteo: questo è dispiegato lungo tutta la scena, secondo una disposizione a processione.

Questo tema iconografico, molto antico, è ripreso dalle metamorfosi di Ovidio e, nel Seicento, conobbe una nuova fortuna, soprattutto grazie ad Annibale Carracci, che lo scelse come episodio centrale nella decorazione del soffitto della galleria Farnese. Artista rivoluzionario, Annibale dettò nuove regole nella pittura, soprattutto per le scelte stilistiche e compositive. Romanelli, naturalmente, non poté rimanere indifferente alla rivoluzione portata dal suo collega; infatti lo cita all’interno di quest’opera: il gruppo, sull’estrema destra, costituito da un sileno grasso e ubriaco sorretto da un giovane, ricorda la figura presente nella galleria, riconosciuto dalla critica come rappresentante dell’amor profano.

Da Guido Reni, invece, Romanelli riprende sia la scelta compositiva paratattica, sia la preferenza per soluzioni classiciste: la posa, l’anatomia e il panneggio del Bacco in primo piano si rifanno direttamente alla statuaria antica, così come la grazia che caratterizza i corpi delle donne sulla sinistra.

La tenda appoggiata sull’albero, in alto a sinistra, ripropone il topos dello svelamento, come se fosse un sipario che viene sollevato per mostrare la scena: è consueto trovare questa soluzione nelle numerose rappresentazioni di questo mito, dove Bacco, arrivando sull’isola di Nasso, “scopre” Arianna abbandonata.

 

 

 

Concetta Liberato

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