Un dio italico: il Marte di Todi

Un “guerriero vestito di corazza e appoggiato ad una lancia di ferro” è conservato nel Museo Gregoriano Etrusco dei Musei Vaticani.

Rinvenuto nel 1835 a Todi, questo guerriero rappresenta un dono votivo, su cui è presente un’iscrizione in lingua umbra e caratteri etruschi, dedicato da un certo Ahal Trutisis di probabile origine celtica.

Realizzata con ogni probabilità da un’officina di Volsinii ( Orvieto) alla fine del V sec. a. C., la scultura bronzea è realizzata con la tecnica della cera persa, le cui parti sono state fuse separatamente e successivamente saldate e con inserzioni di vario materiale, che danno un ulteriore “ effetto veristico”.

Un guerriero a grandezza naturale, nell’atto di compiere una “libagione propiziatoria prima della battaglia”, che doveva tenere una lancia nella mano sinistra e una patera in quella destra; la corazza di tradizione etrusco-italica, con “ ampi spallacci e borchie di fissaggio”, lascia intravedere una corta tunica sottostante. Opera della fine del V sec.a.C. realizzata dagli Umbri, gens antiquissima Italiae, come li definisce Plinio (III, 14-15), uno dei popoli dell’Italia antica, abitanti una zona compresa tra la riva sinistra del Tevere e parte della costa adriatica tra Ravenna e il fiume Esino e tra Emilia Romagna e Monti Sibillini.

 

 

La scultura si inserisce in un momento storico in cui si nota un’apertura della cultura umbra, verso altre culture, in particolare quella etrusca.

Ma alla matrice umbro-etrusca, è possibile aggiungere a sua volta un richiamo ad un’altra cultura contemporanea, più lontana geograficamente, ma presente nell’Italia antica già da qualche secolo: la cultura greca.

Il Marte di Todi, così è conosciuto il guerriero italico, porta con sé non vaghi rimandi alla statuaria greca classica; senza addentrarci nel vasto mondo dell’arte figurativa greca, è sufficiente osservare come il nostro dio italico abbia un’apparente somiglianza con un’altra scultura greca della metà del V sec. a.C., famosa sia a livello artistico che manualistico, in quanto esempio di tutta una serie di elementi innovativi passati alla storia come canone policleteo: il Doriforo di Policleto.

Anche l’occhio meno esperto, noterà che entrambe le sculture, che pure sono di matrice diversa, una italica e l’altra greca, sembrano avere qualcosa in comune: innanzitutto entrambi sono portatori di una lancia nella mano sinistra; la gamba destra poi, è tesa mentre la destra è flessa; la postura generale quindi suggerisce un’influenza greca, per cui il Doriforo e altre sculture simili a esso, sembrano essere stati modello del nostro dio italico, che tuttavia differisce per alcuni elementi, che lo escludono dall’essere una banale copia italica, priva di rielaborazione: il tallone sinistro del dio infatti, è poggiato a terra, e questo dettaglio non è di poco conto, se si considera che è uno degli elementi fondamentali di quel famoso canone di cui si parlava (e che si può ben vedere nel doriforo).

Questo e altri elementi, ci fanno capire come non ci si trovi di fronte ad una presa passiva di modelli, una mera imitazione, ma ad un’apertura culturale verso altri orizzonti, rielaborati in chiave umbro.etrusca, dove la componente etrusca (in contatto da sempre con le culture italiche e orientali) sarà dilagante nel territorio umbro, proprio nel corso del V sec.a.C.

Si potrebbe discutere sul livello estetico delle sculture, ma si cadrebbe nell’errore di pensare che quella greca sia necessariamente più bella e quindi migliore di quella italica: a mio modesto parere, si dovrebbero attuare puri confronti stilistici, analisi descrittive e tecniche, senza scadere mai in banali conclusioni estetiche, perché esse sono dettate dal gusto personale e rischiano di relegare l’arte italica, ad un posto marginale rispetto a quella greca, che da sempre è bianca e candida nell’immaginario collettivo ( e bianca non lo è stata), legata all’idea moderna di perfezione irraggiungibile.

Al contrario l’arte italica appare imperfetta e priva di quel candore e ideale perfezionistico.

Forse che dobbiamo iniziare a pensare l’arte come espressione e non come gara estetica di culture diverse con valori diversi?

 

 

Ilaria Esposito

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