Gli artisti di via Margutta

Dal 28 ottobre al 1 novembre si è tenuta la storica e tradizionale mostra dei 100 pittori via Margutta, un appuntamento ormai fisso e imperdibile, sin dal 1953. La fondazione di questo evento si deve a Gino Zocchi, Giovanni Omiccioli, Angelo Urbani e altri artisti, tuttora attivi, proprio per sancire e ricordare la centralità di questo luogo nella storia dell’arte.

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La famosa strada divenne la meta preferita degli artisti, soprattutto nel Cinquecento, per la sua aria di essere lontana dalla città, priva dalle contaminazioni della modernità, piena di verde e luogo da cui trarre ispirazione; pertanto essi cominciarono ad acquistare qui case e ad allestire le proprie botteghe.

Proprio in ricordo di questa caratteristica, nel 1927 Pietro Lombardi progettò una fontana, detta “Fontana delle arti” dal particolare basamento triangolare, sormontata da un secchio con pennelli (riferimento alla pittura) e due mascheroni, uno sorridente e l’altro triste, menzionando il carattere ambiguo di ogni artista.

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All’inizio della sua formazione, la strada era destinata solo alle prostitute, ed era considerato come un luogo malfamato. Papa Paolo III, eliminando le tasse per le botteghe, favorì l’insediamento di molti artisti, soprattutto fiamminghi ed olandesi. A via Paolina, tra il 1594 e il 1595, si traferì il paesaggista Paul Brill; Dal 1606 e il 1608 vi abitò Pieter Paul Rubens, allora appena trentenne: il pittore cominciò il suo viaggio in Italia nel 1600, andando prima a Venezia, per studiare i maestri del colore (Tiziano, Veronese, Tintoretto), poi passò a Montova, sotto l’egida del duca Vincenzo I Gonzaga, che lo nominò pittore di corte. Il primo viaggio a Roma risale al 1601, dove poté cimentarsi nello studio dell’antico, ma anche nella copia dei grandi artisti, quali Michelangelo e Raffaello, e confrontarsi anche con i suoi contemporanei, Carracci e Barocci. Sempre per il duca di Mantova, Rubens si trasferì in Spagna, per tornare a Mantova nel 1605, e poi a Roma nel 1606, quando si trasferì, con il fratello Philip, in via Margutta. A questo periodo risale la decorazione dell’abside di Santa Maria in Vallicella, con un quadro, ora al museo di Grenoble, raffigurante la Vergine e cinque santi. Tuttavia, questo dipinto venne ritenuto inadatto alla collocazione dallo stesso Rubens, che la sostituì con tre tavole in ardesia, materiale più adatto all’illuminazione della chiesa.

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Tra il 1624 visse in via Margutta anche Nicolas Poussin, insieme a sua moglie Anna Maria e il nipote Gaspar Doughet, luogo scelto per fermarsi, vista la sua salute cagionevole. Il pittore francese era appena arrivato in città e poteva contare sulla protezione del cardinale Barberini, ricco collezionista e mecenate, che gli permise di conoscere molte personalità di spicco presenti nella Roma del Seicento, come Giovan Battista Marino, all’epoca poeta della famiglia Medici, che gli procurò molte commissioni. Poussin era avido di sapere, e, durante la sua vita, studiò ottica, geometria e la prospettiva; grazie al suo amico Cassiano dal Pozzo, studiò molto l’antico, e si cimentò in molte copie dei monumenti romani. La sua permanenza a Roma si interruppe nel 1640 quando, dopo ripetuti inviti a rientrare in patria, Poussin ritornò a Parigi, seguendo il suo fedele amico Paul Freart de Chantelou. Molte furono le opere da lui composte tra 1624 e il 1640 a Roma, alcune delle quali sono Venere e Adone, ora a Montpellier; Mida e Bacco, ora a Monaco di Baviera; Martirio di Sant’Erasmo, realizzata per la basilica di San Pietro, ed ora conservata nella sala XII della pinacoteca vaticana; La peste di Azoth, ora a al Musee du Louvre a Parigi.

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Dal 1625, “vicini” di casa di Poussin erano Lorrain, Blasard e Vernet, che vivevano nella stessa casa in via Margutta, di fronte ad altri due pittori francesi, Pierson ed Erard. Gli artisti olandesi crearono anche una propria compagnia, “Banda dei pittori neerlandesi”, i cui adepti si chiamavano “gli uccelli della banda”.

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Via Margutta, tra alti e bassi, rimase sempre la “casa degli artisti” anche nei secoli a seguire; ebbe un rilancio nel 1917, quando Picasso si trasferì in questa strada, durante il suo primo viaggio in Italia. Una mostra dedicata a questo evento, Picasso in Via Margutta, aperta il 27 marzo 2007, in onore del novantesimo anniversario del suo viaggio, racconta, attraverso fotografie, costumi e dipinti, l’attività del celebre pittore a Roma. Il viaggio, che durò solo quattro mesi, fu l’occasione per intraprendere un percorso regressivo nell’itinerario del suo linguaggio, in cui le strutture antiche venivano svuotate di quei contenuti che le rendevano tali. Il suo intento non è di ritornare ad una pittura classica, bensì a quella primordiale, in cui le figure diventano sassose e giganti, decisamente poco graziose. Questa regressione è ben lontana dall’idea d’Italia del Rinascimento e primo Barocco, ovvero come luogo di recupero dell’antico; con Picasso diventa un luogo in cui sperimentare e reinventare il proprio linguaggio.

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A via Margutta Picasso soggiornò presso l’associazione artistica nazionale di studi Patrizi, al numero civico 53B, come ricorda una targa affissa in prossimità dell’edificio.

 

 

 

Concetta Liberato

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