In dettaglio. Villa Farnesina. Iconografia botanica della Loggia di Amore e Psiche

All’alba del Cinquecento il ricco banchiere e mecenate Agostino Chigi commissionò la costruzione della sua Villa, prospiciente il Tevere, all’architetto senese Baldassarre Peruzzi.

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Villa Farnesina, facciata esterna dal lato della Loggia di Amore e Psiche

Il progetto architettonico, conclusosi tra il 1510 e il 1511, ha le caratteristiche toscane del tempo, sebbene con i suoi avancorpi e porticati si distacchi dai precedenti canoni di regolarità spaziale.

La residenza Chigi era una dimora suburbana, una dimora di piacere, di brevi soggiorni estivi, rallegrati da musiche, spettacoli e banchetti. In stretto rapporto con essa, l’architetto progettò un meraviglioso viridario, che ben si adattava alla morfologia del luogo; ospitava grandi aiuole dalle piante più rare e vestigia d’antichità, come ornamento. Inoltre si estendeva fino alle sponde del Tevere, regalando la possibilità di un libero accesso al fiume.

A settentrione, l’ampio viridario viene accolto in un abbraccio dagli avancorpi del palazzo, in ossequio allo spirito rinascimentale, improntato a rinnovare l’antica tradizione romana dell’architettura-giardino: una residenza in cui palazzo-arte-natura devono riunirsi per la gioia completa del corpo e dello spirito.

A creare un rapporto con il giardino circostante erano anche i porticati e le due logge della Galatea ad est (prima loggia del giardino) e la loggia di Amore e Psiche, a nord, che fungeva da principale ingresso alla Villa.

Loggia amore e psiche

Nello spirito della dimora romana, Raffaello concepì la decorazione della loggia di Psiche in modo da non avvertire il brusco passaggio fra i giardini e gli interni e il ‘pergolato’ che Giovanni da Udine realizzò sul soffitto, non solo incornicia il racconto mitologico, che dà il nome alla loggia, ma si fonde completamente con l’esterno, in una ideale compenetrazione.

Ricordiamo le parole di cui Bellori si servì ne La Favola di Amore e Psiche dipinta da Rafaelle d’Urbino nella loggia detta de’ Chigi (1695):

 

Quivi su la via della Lungara si offerisce il Palazzo coll’aureo portico, o loggia in cinque archi co’ pilastri, che reggono la volta. Altrettanti incontro sono finti, e risaltati su’l muro, e due in ciascuna testa. Ne’ triangoli, o vero peducci fra l’uno, e l’altro arco sono colorite figure maggiori del naturale appartenenti alle favole di Psiche; e nelle lunette si aggirano varii Amoretti volanti, li quali portano le spoglie degli Dei per trionfo, e gloria di Cupidine, a cui la loggia, e l’opera è dedicata. Nella sommità della volta sono finti due grandi arazzi, che riempiono tutto il vano; nell’uno si rappresenta il Concilio de gli Dei, nell’altro il convito, e le nozze di Amore, e tutte sono figure grandi sopra la proporzione naturale”.

 

Alla decorazione della Loggia lavorarono i maggiori allievi di Raffaello, quali Giulio Romano, Francesco Penni, Raffaellino del Colle ma questi non portarono a compimento la decorazione parietale (quasi con certezza l’Urbinate ne aveva già progettato la composizione) che fu messa a punto sul finire del seicento, con l’intervento dell’architetto Carlo Maratta, su commissione Farnese.

Non ci soffermiamo sul mito di Psiche né sulle diverse interpretazioni iconografiche della storia narrata.

Potrebbe essere, forse, più interessante scoprire quale sia l’iconografia botanica dei festoni realizzati da Giovanni da Udine, quali i modelli, quali gli intenti.

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La spiccata attenzione per la rappresentazione naturalistica era innata in Giovanni da Udine. Vasari ricorda il pittore come incline al disegno fin da bambino. Disegnava fiori, frutta e animali di ogni tipo e quando approdò alla bottega di Raffaello a Roma, poté affinare la sua tecnica, grazie alla presenza e alla collaborazione di un fiammingo. Si è ipotizzata l’identificazione di quest’ultimo con Jan Ruyssich, monaco secolare originario di Utrecht, che ricevette influenze dalle botteghe di Gand e Bruges, quando lavorò come miniatore presso il convento di S. Martino Maggiore a Colonia.

 

La rappresentazione di animali e piante costituisce uno dei settori di grande interesse dell’iconografia artistica. Le rappresentazioni naturalistiche hanno radici antichissime, da rintracciare addirittura nel paleolitico. Nell’antica distinzione gerarchica dei rispettivi ruoli tra uomo e donna, a quest’ultima spettava la raccolta e la cura delle piante. Sarà con lo sviluppo delle civiltà urbane che le rappresentazioni fitomorfiche si poterono sganciare da un contesto esclusivamente femminile.

Le prime figurazioni si hanno dapprima sul suolo egizio, poi mesopotamico e greco più avanti.

È nel mondo romano che diviene ricorrente l’uso di intrecciare fiori e frutti per fare ghirlande, appese, attraverso nastri, ai due capi degli altari, ai templi e agli archi in segno di una particolare devozione religiosa.

Giovanni da Udine mostra un’accurata attenzione nella disposizione intrecciata di fiori e frutti e la loro ricchezza in termini sia qualitativi che quantitativi emerge tra i 35 festoni della loggia che incorniciano i pennacchi e i 12 degli archi. La loro originalità stilistica e la loro naturalezza non sono solo il frutto di una spiccata indole del pittore alle rappresentazioni di soggetti naturalistici ma il risultato di un periodo in cui Giovanni visse e lavorò a Venezia (si ricordi l’apprendistato nella bottega di Giorgione), dove poté formarsi insieme al cartografo Ramusio ed altri eruditi del tempo, che collezionavano e descrivevano piante ed animali appena importati dall’America.

La scoperta del nuovo mondo permeò di un nuovo spirito tutti i campi della cultura, anche e soprattutto quella artistica.

Numerose, infatti, sono le piante americane che trovano posto nei festoni della loggia. Si tratta per lo più di piante esotiche e rarissime che arricchiscono l’eccezionale iconografia botanica del pergolato.

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Da una parte questo rientrava nello spirito della cultura rinascimentale, che sotto l’impulso delle recenti esplorazioni, diede il via ad un nuovo rapporto tra uomo e natura e nuovi stimoli per l’osservazione scientifica. Dall’altra si proponeva come principale obiettivo l’ostentazione della potenza economica del ricco committente, che poteva procurarsi con facilità oggetti e spezie rare.

Il pittore è stato abile e preciso nella rappresentazione dell’apparato floristico. Si contano circa 160 specie diverse e 1.200 diversi elementi vegetali. Gli elementi preponderanti sono i frutti, in particolare quelli carnosi; seguono i fiori, le foglie, gli arbusti e le radici, i bulbi e i funghi. Da non trascurare le specie officinali, gli “scherzi pittorici” e allusioni sessuali, alquanto evidenti.

In una generale considerazione delle possibili finalità rappresentative sono da escludere l’intento magico di una rappresentazione fantastica, sebbene l’ambientazione sia tipo mitico.

È presente, invece, un intento decorativo, se si guarda alla disposizione, alla composizione e alla forma che il pittore ha scelto. Ponendo l’attenzione sui punti di contatto dei pennacchi, questi sono raccordati fra di loro mediante frutti voluminosi, di forma tonda, ricoperti da grappoli d’uva. Si tratta di elementi dall’analoga forma: angurie, meloni, zucche (la zucca in un solo caso è sostituita da un cavolo cappuccio).

L’intento mimetico-naturalistico si rintraccia nell’esattezza compositiva, nel rigore e nella vivezza dei generi rappresentati.

Con meno obiettività si può sostenere l’ipotesi che vi sia stato un intento più o meno simbolico che sottende l’intera raffigurazione.

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Di sicuro non è un simbolismo occasionale, quello di cui si serve l’artista, che ha perseguito, semmai l’abbia fatto, una finalità celebrativa ben precisa.

Verificando i significati simbolici dei singoli elementi iconografici prevale il significato d’amore. La storia narrata è tratta dall’Asino d’oro di Apuleio e parla di amore, con particolare riferimento a Cupido e Venere. Ecco spiegata la presenza incessante di mele e mele cotogne.

I melograni, i papaveri, gli aranci (di cui è pieno il giardino), i fichi, le zucche e i meloni sono frutti dai numerosi semi: alludono alla fertilità e come le noci e le noccioli costituiscono elementi augurali di benessere, prosperità e fortuna. Il loro simbolismo si rifà al tema del matrimonio di Cupido e Psiche, i protagonisti della storia raccontata tra i pennacchi, che celebrano le nozze al banchetto degli dei.

Proprio come il committente Agostino Chigi, che nel 1519, al termine dei lavori, dopo una lunga convivenza e la nascita dei quattro figli, sposerà la giovane veneziana Francesca Ordeaschi (povera e mortale come la bella Psiche).

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Non trascurabile la possibilità che molte delle specie botaniche rappresentate derivino dal viridario chigiano, pieno di fiori e frutti di ogni sorta, che, agli inizi del seicento, fu un importante oggetto di studio del principe Federico Cesi, il quale di lì a poco fonderà l’Accademia dei Lincei.

 

 

 

Donatella Valentino

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