
Il racconto, tutto al femminile, del percorso artistico di Beatrice, nota come Bice, Lazzari è una vicenda interessante, di una donna che si muove – ancor più delle sue colleghe del passato – in un mondo completamente maschile.

Nata a Venezia, era la seconda delle tre figlie di Lorenzo Luciano Lazzari e Francesca Rinaldo, che vedranno entrare in famiglia anche un altro importantissimo personaggio, il visionario e straordinario architetto Carlo Scarpa, marito di Onorina, detta Nini, Lazzari.

Si formò prima al Conservatorio Benedetto Marcello, poi all’Accademia di Belle Arti, grazie soprattutto alla guida di suo zio, Vincenzo Rinaldo.

I primi approcci artistici li ebbe con la pittura figurativa: le sue opere vennero esposte nel 1924 alla collettiva dell’Opera Bevilacqua-La Masa, nel 1928 alla Galleria Botteghe d’Arte di Venezia con la sua prima personale e nel 1929 alla Galleria San Moisè, dove proseguì con un’altra esposizione interamente dedicata alla sua produzione artistica.

La pittura di Bice cambiò grazie alla frequentazione proprio di Carlo Scarpa, Mario Deluigi e Virgilio Guidi che, insieme ai fervidi circoli culturali lagunari di Palazzo dei Piombi e del Caffè sulla riva delle Zattere, consentirono alla Lazzari di intraprendere un nuovo percorso di ricerca artistica, aprendosi all’avanguardia e al razionalismo, mutando il suo profilo da pittrice di stampo figurativo ad artista a tutto tondo, aderente ai canoni dell’astrattismo e ad un linguaggio espressivo di stampo geometrico.

Nel 1935 si trasferì definitivamente a Roma, dove si svolgevano le principali attività espositive, ed espose pitture murali e pannelli decorativi in collaborazione con l’architetto Ernesto Padula.

A seguito della Seconda Guerra Mondiale, tornò esclusivamente alla pittura, avvicinandosi alle teorie dei colori e delle linee di Kandinskij.

Nonostante il suo operato di questi anni si caratterizzi per la sua discrezione e, se così si può definire, incomunicabilità, Bice continuò la sua ricerca artistica, aderendo poi alla corrente dell’informale e abbandonando i tradizionali mezzi di comunicazione, rappresentati dai colori ad olio, preferendovi applicazioni di colle, sabbie, tempere ed acrilici, arrivando tra gli anni ’60 e i ’70 ad una estrema e lirica essenzializzazione della sua arte, con la realizzazione di semplici linee di grafite su fondo monocromo.

Lara Scanu